Perchè MUSCO

Abbiamo iniziato a fare vino una quarantina di anni fa; a quel tempo il vino si faceva per la famiglia e per gli amici; i maestri erano i contadini del podere che si tramandavano usi e conoscenze venute da lontano.

Il vino era biologico, ecosostenibile, non per scelta ma per semplice consuetudine.
Stessa tecnica sia per il vino bianco che per quello rosso: la “tina”, le fermentazioni con le bucce, la torchiatura a mano, le botti di castagno (il legno dei nostri boschi).
Il luogo era fondamentale; la grotta scavata nel tufo sotto il bosco, dove il buio e l’umidità erano sempre quelli che duemila anni prima, avevano accompagnato qualche guerriero etrusco al riposo eterno.

Poi tutto è cambiato. La moderna enologia, velocemente, nel tempo della crescita e della morte di una vite, ha stravolto tutto. Ci ha fatto dimenticare storie, attrezzi e consuetudini radicate nei secoli.

Con “Musco” abbiamo voluto solo rimettere in piedi quello che abbiamo vissuto con grande fortuna, per non dimenticare, per avere una testimonianza. Lungi da noi pensare al tentativo dell’ennesimo vino naturale!

Gli abbiamo dedicato un pezzo di vigna, mescolando sul filare il Procanico, il Verdello e la Malvasia come era usanza, per far nascere il vino già con l’impronta del carattere dell’uvaggio.
Abbiamo rimesso in uso il vecchio torchio a mano che dopo decenni è ancora capace di far “suonare” il ticchettio dell’ingranaggio ed abbiamo sistemato la pompa a volano. Abbiamo trovato Antonio, un bottaio appassionato, un artista più che un artigiano, ed insieme abbiamo scelto le tavole di castagno per ricostruire le botti.

Poi tutto è stato fatto come una volta, seguendo semplicemente più l’istinto che la tecnica, più il ricordo che la chimica, più la passione che il protocollo.

Questo è “Musco” il cui nome non ha un significato preciso; non è solo un vino ma il desiderio di chi con consapevolezza, sapere e utensili antichi vuole mantenere vivo il racconto di una storia senza tempo.