L’Orvieto dà scacco matto!

Lo ammetto: da toscana recentemente trapiantata in Umbria, a Orvieto, mi sono trovata con un atteggiamento di malcelata sufficienza di fronte alla denominazione del territorio, l’Orvieto Classico. Considerando, poi, che il mondo del vino lo frequento assiduamente per passione e per lavoro, ho deciso di intraprendere un approccio che definirei empirico: ho iniziato a berlo, non così frequentemente ma in modo mirato. D’altronde, l’accettazione di non amare un vino del luogo dove abito, sarebbe stata assolutamente inaccettabile per fermarmi alla prima impressione.

Di fatto questo vino, che dovrebbe rappresentare il volto bianco dell’Umbria, in contrapposizione con quello rosso, nella zona di Montefalco, a oggi non è mai riuscito a svincolarsi da una reputazione non positiva, che lo associa a un vino beverino, semplice, acquistabile per pochi euro sugli scaffali del supermercato.

Le ragioni di questa situazione sono tante e complesse e, solo in estrema sintesi, possono essere riconducibili soprattutto a una presenza massiccia di cooperative vinicole sul territorio che, di fatto, dettano legge sul mercato per volumi e prezzi. Situazione questa che merita di essere evidenziata soprattutto perché il territorio orvietano ha una reale vocazione bianchista che, non solo ha radici storiche, ma che ha anche degli esempi qualitativi capitanati da pochi quanto validi alfieri. Uno di questi è Palazzone, azienda della famiglia Dubini, acquistata alla fine degli anni ’60 quando era solo un podere diroccato, che si trova sulle colline della Rocca Ripesena, a pochi chilometri da Orvieto.